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Notizie storiche dell'ospedale San Paolo in Savona

Dovendo raccontare in poche pagine la lunga e difficile storia dell'ospedale San Paolo, a partire dalla sua data di fondazione nel Cinquecento, non è casuale che si sia situata in un momento in cui, concluso il medioevo (un'età dominata dal sentimento di pietismo e carità evangelica, introdotto negli ospedali da confraternite laiche e religiose, soprattutto dagli Ordini Mendicanti, con Francescani e Domenicani), è in atto uno sforzo per distinguere la medicina dalla sussistenza materiale, laicizzando l'intero settore, ben sapendo che non è facile disfarsi di una gran massa di diseredati, non foss'altro perché, privati di ogni tutela, non saprebbero dove andare, non avrebbero di che vivere, sarebbero senza futuro.

Nelle sue linee generali, la storia del San Paolo è simile a quella di altri ospedali dello stesso periodo: il Rinascimento, un'epoca in cui, per definizione, si assiste alla ripresa mercantile ed economica (oltre che artistica), a cui si accompagna l'imperativo morale di risolvere il problema dell'universo di sofferenza, insicurezza, marginalità che la sostanzia.

A Savona, lo scenario che agisce da sfondo alla nascita dell'ospedale San Paolo, è lo specchio significativo degli anni che seguono l'avvicendarsi di due grandi papi savonesi, Sisto IV e Giulio II (Francesco e Giuliano Della Rovere, zio e nipote, entrambi francescani), indiscussi protagonisti del Rinascimento.
Inizia da qui la storia del San Paolo, tutta in ascesa, che a Savona raccoglie l'importante eredità della tradizione medievale degli ospedali, per loro natura luoghi di pietà, rifugio dei poveri, dove si rinnova l'antichissima sfida, sempre attuale, di combattere il destino, il disagio, la malattia.
In quanto alla data di fondazione, e all'ubicazione, è verosimile che, circa il 1512-1513, nel quartiere di Santa Maria, sul Priamàr, il promontorio prospiciente il mare (sede del primitivo insediamento urbano), una congregazione laica, la "Società della carità di San Paolo", filiazione delle associazioni laico-religiose dei "Disciplinanti", promuove pietà e sostegno fondando un piccolo ricetto per poveri e malati, allestito all'interno di un'abitazione privata.

Quello che colpisce di più, nei propositi dei fondatori, è l'intenzione, esibita con orgoglio, di contribuire ad alleviare le condizioni di sofferenza di quella massa di miserabili e infermi che si aggirano in città, vittime quasi predestinate delle difficoltà della vita, da accogliere in un protettivo abbraccio, offrendo loro il massimo possibile: certo più di quanto possano aspettarsi all'esterno.
È il punto di partenza di un'esperienza straordinaria, di una lunga storia che merita di essere letta e riletta: un'avventura promossa da un pugno di individui generosi, con qualche collaborazione, magre entrate e nessuna certezza, che mettono al centro dell'attenzione il soccorso alle fasce più deboli della società. Nel 1513, come atto di incoraggiamento, la comunità assegna al San Paolo una somma per il mantenimento dei ricoverati, istituzionalizzandone il ruolo: poi, nel 1517, quando è possibile realizzare una sede autonoma, di esigua mole, priva di orpelli decorativi, la sua Compagnia, prendendo a modello quella dell'Oratorio del Divino Amore, fondato a Genova nel 1499, si ispira al movimento che in Italia promuove i cosiddetti ospedali degli "Incurabili".

In un'epoca costretta a misurarsi con gravi piaghe sanitarie, come la peste, il vaiolo e il "mal francese", nasce a Savona l'"Ospedale degli Incurabili di San Paolo", eretto lungo il tratto della strada di Chiappinata, che immette al Priamàr, a stretto contatto con quello medievale dei "calegari", che l'arte ha intitolato ai Santi Crispino e Crispiniano, e quello "della Misericordia", ancora più antico e prestigioso, detto "Ospedale Grande", che accoglie anche pellegrini.
La rapidissima fortuna del San Paolo trova giustificazione nella sua opera assistenziale, che risalta per valore morale, per il ruolo rassicurante che esercita sulla collettività: nell'estate del 1520 il Consiglio degli Anziani concede all'ospedale l'esenzione dalle tasse sui generi alimentari, indispensabili al mantenimento dei ricoverati.

Risale a questo periodo la compilazione di un Codice in pergamena, rilegato in legno, uno Statuto che fissa gerarchie e regole precise per il governo dell'istituzione, oltre a gettare luce sulla Compagnia dell'ospedale, composta da un numero massimo di sessanta associati, un gruppo rilevante, indispensabile tuttavia a sopperire alle molteplici necessità del nosocomio: a guidarli è il Priore, coadiuvato dal Sottopriore e da un Consiglio formato da sei confratelli, detti "Protettori".
Lo spirito che anima la Compagnia è imbevuto di solidarietà e carità cristiana: ciascun confratello è consapevole del gravoso servizio che lo attende, interamente speso a beneficio dei ricoverati, talvolta al di là delle proprie forze, perfezionandosi, è il caso di dirlo, negli atteggiamenti più mortificanti e genuini dell'assistenza.

Completano l'organico dell'ospedale, un medico, un "barbiere" e un Cappellano, compresi alcuni serventi stipendiati: i confratelli, a turno, sono deputati a svolgere mansioni di "Massari, Portatori di infermi, Visitatori e Questuanti".
La questua, soprattutto, esercitata sul sagrato delle chiese cittadine, costituisce una risorsa fondamentale nell'economia dell'ospedale, da cui dipende la sopravvivenza dell'istituzione, che vive di carità pubblica e privata, fidando sulla generosità di istituzioni e privati cittadini.

In quanto all'elaborazione delle linee di condotta, ispiratrici dell'istituzione, nonostante la rinuncia ad esercitare qualsiasi condizionamento individuale sui ricoverati, la Compagnia non può astenersi dall'incitare chi soffre a raccomandarsi a Dio, per la salvezza del corpo e, soprattutto, per quella dell'anima. Naturalmente, insieme alla reputazione, aumentano per il San Paolo anche l'impegno e le necessità, anche se, per fortuna, i savonesi prendono a ricordarlo con maggiore frequenza nei loro lasciti e testamenti: non mancano neppure le lodi, nel 1526 il Consiglio Grande, riconoscendo pubblicamente la benemerita attività dell'ospedale, gli assegna un piccolo patrimonio, appartenuto al cessato San Lazzaro, antico ospedale dei lebbrosi, compresa una tela, raffigurante "Gesù Crocifisso", opera quattrocentesca del pittore pavese Donato de' Bardi, di straordinaria fattura e grande suggestione.

Il 12 giugno 1541 si registra una stesura più accurata dei Capitoli, che introduce importanti modifiche all'organizzazione della Compagnia.
È questo, per il San Paolo, un momento di grazia, che tuttavia non è destinato a durare: capita infatti che, quando l'ospedale ha al suo attivo qualche decennio di importanti esperienze, ecco che il 2 agosto 1542 Genova interviene a esercitare su Savona il brutale esercizio del dominio, che costa alla città dolorose e definitive cicatrici.
Risalgono a questa data le demolizioni che sacrificano alla costruzione di una poderosa fortezza gran parte del quartiere di Santa Maria, sul Priamàr, con tutti i suoi edifici pubblici, le sue abitazioni, le sue chiese e gli ospedali, compreso il San Paolo.

Nonostante la completa demolizione dell'ospedale, la Compagnia del San Paolo, ancora piena di energie e temprata dalla tragica esperienza, non si rassegna a interrompere l'opera intrapresa, difendendo strenuamente il proprio ruolo: a partire dal 1543, dalla provvisoria sede in un Oratorio cittadino, continua ad amministrare il residuo patrimonio, con l'intenzione di ricostruire al più presto l'ospedale in altra zona della città.
Tanta costanza, se vogliamo definirla così, viene ricompensata nel 1550, quando, ritenute sufficienti le risorse finanziarie disponibili, la Compagnia individua nella contrada "Pozzo di vigneto", o dell'"Annunziata" (nell'attuale via Ambrogio Aonzo), in una parte della città ritenuta, allora, di massima tranquillità, l'area ideale per ricostruire il San Paolo, utilizzando residue strutture dell'antico convento francescano: è un punto di svolta nella storia dell'istituzione, in quanto, completata l'opera architettonica, la ripresa dell'attività non è priva di episodi significativi.
Molti anni dopo, nel 1578, seguono altri interventi architettonici (ampliamenti nella parte posteriore dell'edificio, verso le "Lizie", l'odierna via Manzoni): altri e importanti lavori si registrano nel 1599, compresa l'annessione dell'orto del vescovato, attiguo all'ospedale, che consente di realizzare una nuova ala del nosocomio, lungo l'asse dell'attuale via Santa Maria Maggiore.

Del resto, nel corso degli anni, e sino all'Ottocento, lo stabilimento ospedaliero subirà altri importanti rimaneggiamenti, accrescimenti edilizi e trasformazioni, adeguati alle esigenze del momento. Quando prende a funzionare a pieno regime, inserito nella sua realtà locale, anche il San Paolo, come ogni altro ospedale coevo, deve misurarsi con l'urgenza del momento, nonostante nella cura delle malattie pesi lo scarso sostegno della medicina: la sua Compagnia è la vera, encomiabile protagonista dell'assistenza materiale e spirituale dei ricoverati, impegnata in un'opera densa di significato, quotidiana allegoria della sofferenza, tipica di questa stagione della Storia; nelle affollate corsie, dove regna ancora promiscuità e sporcizia, si respira un clima carico di quel dramma comune, di dolore e sventura, che si accompagna alla malattia e alla morte.

All'inizio del Seicento, allorché gli ospedali tentano di sottrarsi all'antico ruolo di "deposito" di poveri, miserabili, malati cronici o incurabili, applicando una drastica selezione dei ricoveri, difficile e talvolta dolorosa, al San Paolo, che ha ormai colmato il vuoto lasciato da qualsiasi altra istituzione sanitaria precedente, c'è molta riluttanza ad aderire alla riforma, mettendo in atto modeste misure in tal senso.
Nel 1605 si compie una nuova riforma dei Capitoli, cui fanno seguito altre importanti modifiche nel 1610-1615: nel Seicento si registrano anche significativi lasciti di grandi benefattori, come quello del savonese Lorenzo Giacchero, del 1636.

Nel 1657 il San Paolo mette a disposizione la sua struttura per arginare gli effetti, sempre devastanti, delle ultime epidemie di peste, senza immaginare che a queste si sostituiranno ben presto altri e ugualmente nefasti contagi.
Tutto sommato, si può dire che il San Paolo affronti il Settecento con rinnovata fiducia e frequenti gratificazioni: nel 1723 entra in possesso di alcune masserie, la "Teglia" e la "Duranti", situate nel "bosco di Savona", rispettivamente nelle zone di Naso di Gatto e Cadibona, piccole fattorie da cui si spera di ricavare frutta e verdura, polli da allevare, maiali da ingrassare; tutto ciò accresce la sua piccola fortuna patrimoniale, costituita da terreni, case, titoli del Debito Pubblico, che consente di mantenere i ricoverati, pagare i fornitori e guardare con fiducia al futuro.

Il 1733 sancisce invece l'ultimo bagliore della tradizione pietistica della Compagnia del San Paolo, nella particolare espressione dei cosiddetti "Fratelli scalzi", cui da tempo compete, per Statuto, la compassionevole incombenza di assistere e accompagnare al patibolo i condannati a morte, provvedendo anche alla loro sepoltura.
Altre parziali riforme ai Capitoli del San Paolo segnano gli anni che separano dal tramonto del secolo: nel frattempo, le conseguenze dei primi sintomi di industrializzazione determinano l'accentuazione delle sacche di povertà: tale situazione non è estranea all'aumento della vocazione filantropica pubblica e privata, che si manterrà per tutto l'Ottocento.

Poi, l'onda della Rivoluzione francese, l'ascesa di Napoleone si riflettono anche sui destini della Liguria, di Savona e dell'Ospedale San Paolo: in estrema sintesi, gli effetti che producono sono quelli tipici di una Rivoluzione borghese, che promette libertà, solidarietà e uguaglianza, capace di sottrarre il potere assoluto ai sovrani e alla nobiltà, che in Italia determinano i moti che portano al Risorgimento e all'Unità del Paese. Nell'Ottocento, il secolo borghese per eccellenza, quando nel 1805 la Liguria viene annessa alla Francia, aumentano le difficoltà: in materia di sanità, le leggi francesi introducono un nuovo sistema di concepire l'assistenza ai poveri, agli anziani e agli orfani; per ragioni pratiche l'Ospedale San Paolo e l'Ospizio del Santuario vengono accorpati in un'unica amministrazione, la "Commissione degli Ospizi", mentre è definitivamente soppressa l'antica Compagnia dei "Fratelli scalzi".

Caduto Napoleone, gli anni della Restaurazione trovano la Liguria accorpata al Regno Sardo, che in ambito sanitario mantiene invariate le leggi francesi: tra i disastri dell'Ottocento, c'è da segnalare, dal 1835 al 1893, circa mezza dozzina di epidemie di colera, che a più riprese interessano l'Italia; un rischio sanitario a cui la medicina oppone ancora salassi e clisteri.
Il 13 febbraio 1840 il San Paolo si arricchisce della preziosa collaborazione delle Suore della Carità di San Vincenzo de' Paoli, Ordine votato particolarmente alla cura degli infermi in ambito ospedaliero: nel loro prezioso e assiduo servizio nell'ospedale savonese, lungo oltre un secolo, le Suore di San Vincenzo (le famose "Cappellone") daranno prova di dedizione estrema; fidate, esperte, infaticabili, quasi ossessive nell'esercizio delle loro mansioni, svolgeranno con profitto una missione difficile, di grande sacrificio, vissuta come una prova di forza d'animo e di fede.

A Savona, nel 1841, l'intenzione dell'amministrazione comunale di varare un piano regolatore che cancelli degradati settori di edilizia medievale, quasi impone di dotare il San Paolo di una sede più moderna, al passo con i tempi: il 25 novembre 1842 viene deciso di bandire un concorso pubblico per la realizzazione di un nuovo nosocomio, con scadenza il 30 giugno 1843.
Nel frattempo, viene individuato un terreno appena fuori porta Bellaria, tra la fortezza genovese e la via di Nizza, già destinato a giardino nella proprietà De Mari, che sembra adatto a ospitare la nuova sede dell'ospedale San Paolo: in base alla valutazione dei progetti, a prevalere è quello dell'architetto Carlo Sada di Bellagio, appartenente alla cerchia carlarbetina, specializzato alla rinomata "Ecole des Ponts et Chaussées", che dopo una lunga serie di discussioni, ripensamenti e rinvii, sembra trovare piena realizzazione nel 1847, sotto la direzione dell'Ingegnere Civico Giuseppe Cortese.

I lavori terminano ufficialmente il 15 febbraio 1852, anche se una serie di contrattempi (non esclusa l'epidemia di colera che investe la città nel 1854), tra cui un atteggiamento ambiguo dell'autorità municipale, impediscono che si realizzi il trasferimento dei ricoverati dalla vecchia alla nuova sede ospedaliera, che avviene solo il 7 gennaio 1856.
Ottenuta la parziale disponibilità dell'immobile, il pomeriggio del 14 ottobre 1857 si celebra in pompa magna l'inaugurazione del nuovo San Paolo, con la partecipazione delle principali autorità civili e religiose della città, e grande concorso di folla.
In realtà, i primi ricoverati nel nuovo ospedale, nel periodo compreso tra il 19 giugno e il 13 agosto 1859, sono gli oltre mille soldati francesi, per la maggior parte feriti nella battaglia di Solferino, di cui 27 perdono la vita a causa di cancrena.

Secondo un censimento promosso da Crispi nel 1890, in Italia si contano oltre ventimila Corporazioni di Carità, tra ospedali, orfanotrofi e ospizi: di conseguenza, si provvede al riordinamento di ospedali e Opere pie e, più concretamente, a introdurre negli ospedali una farmacopea di una certa efficacia, congiuntamente a medicinali antisettici.
C'è profumo di modernità: anche al San Paolo, al fine di disciplinare l'attività e la posizione giuridica dei dipendenti, si introducono norme e regolamenti sanitari da rispettare: Statuti organici, Tabelle del personale e altri provvedimenti che per l'ospedale concludono l'Ottocento.

Alla fine del cosiddetto "secolo lungo", alla cronica mancanza di risorse del San Paolo, cui fa da sfondo un'operosa città di provincia, si aggiunge il progressivo declino del tradizionale sostegno economico di autorità pubbliche e privati cittadini: nel Novecento, che fin da subito palpita per numerosi, nuovi turbamenti, il grande sviluppo economico sembra stimolare un accresciuto interesse dello Stato per l'impegno civile e sociale.
In linea generale, in un'Italia ancora prevalentemente contadina, che la veemente accelerazione industriale va progressivamente contagiando, il San Paolo non sembra mostrare eccessiva attenzione alle fallaci suggestioni del progresso, salvo l'obbligo di adeguarsi al cambiamento: non a caso, nel 1907 vengono eseguiti parziali ampliamenti e sopraelevazioni circoscritti al sottotetto.

Purtroppo, l'irrompere della Prima delle guerre mondiali del Novecento, interviene a bloccare qualsiasi progetto in tutti i campi di attività, compresi gli ospedali, mentre il San Paolo, durante i primi mesi del conflitto, è tra gli ospedali destinati alla cura di soldati feriti o malati, provenienti dal fronte. Finita la guerra, a complicare lo scenario, con altre inedite situazioni, interviene l'epidemia di "spagnola": anche il San Paolo è obbligato, suo malgrado, a misurarsi con questa terribile influenza, che in Europa uccide più della guerra.
Nella vecchia Europa, dopo la tragica parentesi della Grande Guerra, le città sono provate dalle conseguenze degli avvenimenti bellici: a Savona, superata l'emergenza, il San Paolo stenta a riprendere la consueta attività, e solo nel 1928, sotto il fascismo, è in grado di approvare la totale sopraelevazione di un piano dell'edificio, identico a quello sottostante, seguendo il progetto dell'architetto civico Giovanni Damonte, che consente di elevare a 500 la dotazione di posti letto, mediante un massiccio intervento edilizio, che si conclude nel 1931.

Ciò nonostante, constatato che il perenne affollamento delle corsie provoca difficoltà, si comincia a studiare la possibilità di trasferire definitivamente la sede ospedaliera in altra parte della città, creando a tale scopo un "fondo" che utilizza il lascito del Cav. Giacomo Viglienzoni. Decisiva, in tal senso, è nel 1934 la cospicua somma messa a disposizione del San Paolo dai coniugi Linda e Comm. Domenico Astengo, che obbliga l'amministrazione ospedaliera, entro il 31 dicembre del 1935, ad acquistare un terreno destinato alla costruzione di una struttura sanitaria.

Non a caso, nel mese di agosto del 1935, l'amministrazione ospedaliera accetta la donazione, fatta dal Comune, della tenuta di Valloria (situata poco fuori città, a un dislivello di una cinquantina di metri sul mare, dove già esiste una piccola struttura sanitaria, con un certo numero di letti attrezzati per i tubercolosi).
Poste le basi per edificare la nuova opera edilizia (al momento pensata come complementare all'ospedale San Paolo), tra il 1937 e il 1938 viene bandito un concorso pubblico per la realizzazione di un ospedale in Valloria: prima che la Seconda guerra mondiale intervenga a bloccare qualsiasi attività, c'è ancora tempo per esaminare i progetti elaborati dagli Architetti partecipanti al concorso, tra cui sembra farsi preferire quello dei genovesi Antonio e Angelo Sibilla.

Seguono poi gli anni del conflitto, lunghi e terribili, in cui il San Paolo, con l'ausilio di improvvisati ospedali di guerra, tenta di alleviare le pene degli infermi, aggravate dalla continua trepidazione per il rischio dei bombardamenti, che frequentemente lambiscono il nosocomio.
Solo nel dopoguerra è possibile tornare a parlare del nuovo ospedale: nel 1955 si pensa di revisionare il vecchio progetto dei Sibilla; nel 1957 le Commissioni congiunte delle amministrazioni ospedaliera e comunale sono in grado di presentare il "Progetto generale di massima" del nuovo nosocomio.

Il progetto, definitivamente approvato nel 1958, prevede la realizzazione in Valloria di un ospedale a padiglioni multipli: è previsto anche l'ampliamento del Padiglione di Isolamento, sopraelevato di tre piani, destinato a ospitare la Divisione Sanatoriale, oltre a quelle di Maternità e Pediatria.
Nell'estate del 1958 la Commissione tecnica propende per la realizzazione di un monoblocco, capace di 750 posti letto, aumentabili a 840, portando a 150 i posti a disposizione del reparto sanatoriale: il progetto, approvato dal Ministero dei LL. PP., il 23 marzo 1959 (fornito dei necessari finanziamenti del Comune e dall'amministrazione del San Paolo), viene definitivamente approvato dal Consiglio comunale il 22 marzo 1960.
Avviati i lavori che riguardano i primi lotti, tra riesami del progetto da parte delle autorità competenti (1961), decreti ministeriali relativi (1962), sessioni straordinarie del Consiglio comunale per il 2° lotto chirurgico (1964), domanda di ammissione al contributo statale (1965), si crea nel frattempo la contemporanea esistenza di due sedi ospedaliere: quella principale e quella nuova, decentrata in Valloria, soprattutto a partire da quando, nel mese di novembre del 1968, il Consiglio dei Sanitari e l'Amministrazione del San Paolo deliberano l'entrata in esercizio dei locali disponibili a Valloria, trasferendovi i reparti di Medicina generale, Dermatologia e Neurologia, con i relativi servizi annessi.

Nonostante tutto, tra interventi statali e sforzi comuni, nel 1970 si procede al progetto esecutivo del 4° lotto: tra gli anni Ottanta e Novanta, come gli ospedali di pari categoria, il San Paolo passa attraverso le trasformazioni di legge, convertito di volta in volta in SAUB, in USL, sino all'attuale Azienda ospedaliera. Il resto è attualità: nel passaggio dal secondo al terzo millennio, nonostante le contraddizioni e i dubbi che ancora permangono in materia sanitaria, la crescita scientifica, professionale e tecnologica del San Paolo, spiega in maniera esauriente concreti successi e lusinghiere prospettive.

Naturalmente, sarebbero infiniti gli episodi da raccontare ai margini della storia presa in considerazione, che rimandano a un mondo gremito di personaggi degni di menzione: per chi ama assaporare il remoto aroma del passato, tornare indietro con la memoria può suscitare emozioni, nostalgie, private e collettive, ancora maggiori al cospetto della sua vecchia sede ospedaliera, vuota e abbandonata , che conserva, ben visibili, i segni incancellabili della grande Storia, passata indenne nel mezzo di piccole e grandi tragedie; un destino, il suo, dai contorni ancora incerti, legato agli usi ipotizzati dalle diverse opinioni.
Come prova tangibile di una lunga tradizione, il San Paolo ha accumulato nel corso dei secoli un certo numero di opere d'arte: statue, quadri, vasi da farmacia; non opere di vanità ma di memoria, firmate dagli artisti che le hanno realizzate, ancora visibili nella vecchia sede, a testimoniare il sentimento di riconoscenza che da sempre accompagna l'istituzione.

Ovviamente, se la storia del San Paolo, secolo dopo secolo, si è consegnata al tempo e alla memoria, quella attuale non si chiude qui: dopo un doveroso riconoscimento delle proprie radici bisogna andare avanti, assecondando la scienza, in rapida evoluzione.
Definitivamente accentrato nell'unica sede in Valloria, il San Paolo può oggi definirsi una struttura moderna, efficiente, di eccellenza, in grado di garantire il presente e il futuro al suo vasto bacino di utenza, capace, in talune specialità, di esercitare attrazione anche fuori dei confini regionali. Allo stato attuale, mentre nel nostro Paese è in atto il tentativo di migliorare la qualità della vita, con la riorganizzazione della rete pubblica dei servizi, nei nostri ospedali il concetto di carità è lontano nel tempo: sotto gli impulsi innovativi della modernità prevalgono i problemi legati alla salute, un bene prezioso, che da secoli il San Paolo è abituato ad affrontare.

Enrico Tongiani

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foto storica del San Paolo di Savona

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